venerdì 20 aprile 2012
Un inferno meraviglioso
La Calabria è una terra strana. Se la lasci, senti sempre il suo richiamo. Come una sirena che sdraiata tra la penisola e la Sicilia chiede costantemente il tuo ritorno. Una voce sibilante che porti dentro. Ovunque tu vada. Capita che cedi al seducente invito. E decidi di tornare. Te ne stai ore a vedere le onde del mare che corteggiano gli scogli, li accarezzano sotto i raggi del sole e durante una furiosa tempesta. Ora dolcemente, ora con più foga. Un atto d’amore che si ripete all’infinito. Ogni giorno.
Ti lasci ammaliare dai colori che le alture sanno regalarti. E ti chiedi se esista mano di un pittore più brava di quella della natura, mentre osservi le foglie rosse che si muovono nella brezza autunnale. Quasi non vorresti più andar via. Ti siedi su una grande pietra, all’ombra di alberi secolari e resti affascinato nell’ascoltare il canto di un ruscello, che sembra rispondere alla melodia che gli uccelli in volo hanno intonato.
Una meraviglia. Un paradiso. Oppure lo scherzo di un destino beffardo, che crea illusioni per lenire piccole e grandi ferite. Altrimenti non ti spieghi il dolore che d’improvvise trafigge il petto lasciandoti senza fiato.
L’aria diventa pesante, insopportabilmente pesante. E su quella tela che fino ad ora avevi ammirato con sì tanto trasporto da finirci dentro, si riversano fiumi di inchiostro che macchiano, sporcano, coprono. Ma non cancellano.
Ti rialzi a fatica. Cerchi la strada, un sentiero, una piccola via di fuga. Prima che quel liquido nero infetti anche te.
Ora è l'inferno. Un inferno meraviglioso.
| Reazioni: |
mercoledì 18 aprile 2012
Lettera a don Vincenzo Scerbo, che tuonò dal pulpito contro i giudici che hanno condannato il padre.
non la conosco e non ho avuto modo di ascoltare la sua predica. Conoscendomi, se fossi stata tra i banchi della mia, nostra chiesa, probabilmente sarei uscita di corsa fuori, indignata. Ho però letto quanto riportato dai giornali, e mi permetto di scriverle per manifestare il mio disappunto su quanto accaduto.
Chi sta su un pulpito, don Vincenzo, ha grandi responsabilità verso la gente che riempie la casa di Dio e che viene per pregare e spesso trovare conforto. Non so se lei ha capito bene il ruolo che ricopre. Se ha capito ed è conscio del valore e del significato dell’abito che porta.
Le sue parole mi feriscono, oltre che farmi indignare. Non tanto come credente (ahimè…don Edoardo lo sa…sono una pecorella smarrita), ma come cittadina. Non ha il diritto, Lei come nessun altro, di veicolare messaggi personali attraverso microfoni pubblici, in luoghi di condivisione, per lo più sacri, che mal si adattano a certe insopportabili esternazioni.
Gesù Cristo, quello stesso Gesù Cristo che Lei dovrebbe rappresentare in Terra, chiese al Padre Suo di perdonare “loro perché non sanno quel che fanno”. Lei chiede invece giustizia laddove la giustizia già si è espressa. DUE volte. Ma vede, don Vince’, il problema non è tanto se suo padre è colpevole o innocente, se è mafioso oppure no. Il problema è l’arroganza che ha dimostrato non solo nei confronti dei giudici di Catanzaro e Crotone, ma anche nei confronti dei suoi concittadini. Sapesse quante ingiustizie ben più gravi si consumano quotidianamente nel nostro paese e nel Paese. Giusto sotto i suoi e i miei occhi. Nella sua prima omelia, avrebbe potuto magari farvi riferimento. Vede, mi ha ricordato certi nostri politici locali, che fanno finta di occuparsi della cosa pubblica e invece si occupano dei loro interessi privati.
Don Vince’, ci chieda scusa. Noi, in cuor nostro, l’abbiamo già perdonato. Così come Gesù ci ha insegnato.
Fatichiamo ogni giorno per mostrare il volto migliore di Isola, e poi don Vincenzo, arrivano persone come Lei che vanificano tutto. Si dice che la colpa dei padri non debba ricadere sui figli. Ci dimostri quanto sia vera questa espressione. Io da parte mia, mi auguro che quella di un prete non ricada sul suo stesso popolo.
Anche se mi chiedo: popolo dove sei? Non reagisci? Lasci che a prendere le distanze da quanto dichiarato da Don Vincenzo sia SOLO don Edoardo? Cosa avete provato voi miei concittadini mentre ascoltavate quelle parole? Le avete comprese o siete stati vittime di una distrazione di massa?
E tu, fabbrica dell’antimafia, che fine hai fatto? Finché si tratta di fare discorsi generici è quasi divertente sollazzarsi sui palchi tra bandiere e sacchi di grano. Ora che c’è da prendere una posizione specifica…puff sparita.
Quando il gioco si fa serio, meglio starsene in disparte.
| Reazioni: |
lunedì 26 dicembre 2011
Un pensiero ai 5 ragazzi San Giovanni in Fiore

Le uniche cose che conosco di loro sono i nomi e i sorrisi. I primi li ho appresi dall’ansa. I secondi li ho visti sulle foto che qualcuno ha voluto raccogliere insieme in un video struggente. Neanche 100 anni in 5.
Frank, Robert, Emanuela, Domenico e Samuele non cresceranno più. Resteranno adolescenti per sempre. Nel cuore dei loro cari, ora straziato dal dolore, nei ricordi di chi li ha conosciuti e che forse col tempo diventeranno sempre più sfuocati.
Li immagino in quell’auto, felici perché è la vigilia di Natale. Hanno cenato a casa ognuno con la propria famiglia e poi via, magari a fare l’alba in compagnia degli amici. Ad aspettare un nuovo giorno senza la preoccupazione della sveglia che ti tira già dal letto. Domani è Natale e la vita sembra così lunga davanti ai loro occhi.
Li immagino con lo stereo acceso a intonare insieme qualche canzone sovrastando la voce del cantante. Magari mandano proprio quel Vasco Rossi che ora li sta cullando in quel video che ha invaso le bacheche di facebook.
Li immagino scambiarsi i regali, scartare quei pacchetti colorati mentre uno di loro fa il simpatico sulla scelta dei doni. Li immagino ridere mentre fuori piove e fa freddo. Mentre dai vetri appannati si intravede quel leggero manto bianco che ricopre il panorama attorno.
Immagino lei sentirsi al sicuro con i suoi amici, i ragazzi più grandi. Quelli che hanno già la patente e che se vogliono possono anche andare a vivere da soli. Perché a 15 anni, con 4 ragazzi “grandi” non puoi non sentirti al sicuro. Anche in auto, di notte, sulla ss 107. E invece… Il curvone e poi la tragedia.
Restano le lamiere dell’auto contorte, i vetri rotti, le macchie sull’asfalto, i corpi senza vita. E lo strazio di otto genitori che piangeranno sulla bara dei loro figli.
A me resta una infinita tristezza nel cuore. Ho due fratelli più piccoli di me. E il pensiero che potrebbe succedere a loro mi fa venire un vuoto nello stomaco. Uno ha 20 anni. Come i 4 amici grandi di Emanuela.
martedì 20 dicembre 2011
Lettera a Babbo Natale...e a Dio per conoscenza*

L'atmosfera non è quella di sempre. La tensione non si percepisce: si vede direttamente. Come nebbia fitta, da far invidia alla Padania. Copre i nostri sguardi e alimenta la rassegnazione. Forse anche un po' la rabbia. L'indignazione ormai non fa più rumore. Si assopisce tra i silenzi di chi invece di stare a guadare sarebbe deputato ad agire. Si sentono pochi voci che rompono il coro del silenzio. Sperdute, isolate. Ma non impaurite. Deluse,sì.
L'omologazione da queste parti non è un rischio, ma un'esigenza. Se non fai quello che ti dicono (o che ti ordinano minacciosamente) sei tagliato fuori. Distrutto. Infangato. Annichilito. Mi sento persa in questo niente che ho intorno. Disorientata senza più fari da seguire. Se non quello illuminato dalla mia coscienza.
Credo sia uno dei Natale più tristi e avvilenti che Isola Capo Rizzuto ricordi. E la crisi qui, non è solo economica. E' etica e morale.
Sotto l'albero, oltre ai regali dei miei cari, vorrei trovare un po' di speranza.
Scriverò a Babbo Natale, l'unico in grado di potermela procurare.
E a Dio per conoscenza.
*"Lettera a Babbo Natale ... e a Dio per conoscenza" è un libro di Patrizio Righero e Ives Coassolo di Luserna San Giovanni (To)- Effatà Editrice
| Reazioni: |
lunedì 19 dicembre 2011
Lezione di Natale
"Cari fratelli e sorelle rosarnesi, siamo lavoratori africani di tante nazionalità. Abbiamo voluto scrivere questa lettera per ringraziarvi della vostra ospitalità. Poiché negli ultimi giorni si è parlato molto di noi, abbiamo deciso di parlare in prima persona. Malgrado la triste situazione che si è verificata due anni fa, che ha fatto male a tutti, ci troviamo di nuovo insieme, nella vostra città e sulla vostra terra.
Quella situazione triste ce la portiamo nel nostro cuore, così come voi nel vostro. Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c`è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi. Siamo qui per cercare una vita migliore, non per creare problemi.
Per questo vi diciamo che non dovete avere paura di noi. L`emigrazione è una risorsa, economica, culturale… un`occasione di cui approfittare, noi e voi. Chi in questi giorni ha parlato di noi diffondendo la paura è responsabile per le sue parole. Noi non ci riconosciamo in quello che si è detto su di noi. Se qualcuno tra noi sbaglia, fa soffrire noi più di voi. Ma non vuol dire che tutti sbagliamo. Come quando un italiano sbaglia, non tutti gli italiani hanno colpa. Approfittando di questa occasione, noi immigrati, in particolare noi africani, vogliamo farvi sapere che siamo qui per lavorare e partecipare allo sviluppo di questa città e della regione e nel futuro partecipare alle sorti della nazione italiana.
Noi siamo fieri del nostro impegno e del nostro sudore. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Allora noi dobbiamo parlarci, capirci e insieme riuscire ad andare avanti. Purtroppo le nostre condizioni di vita non ci permettono di farlo. Dopo una giornata di lavoro nei campi, abbiamo solo il tempo per fare un po` di spesa e telefonare a casa e poi camminare a lungo fino ai luoghi in cui dormiamo. Noi stiamo nelle case abbandonate, senza luce né acqua. E` una vita molto dura, ogni giorno.
Molti di noi non riescono a trovare una casa in affitto. Facciamo appello alla vostra sensibilità e intelligenza: siamo persone come voi, noi dobbiamo rispettare tutti e tutti devono rispettare noi. Tutti insieme dobbiamo trovare una soluzione perché ci possiamo integrare con tutti i cittadini – di Rosarno, di Roma, del mondo…
Auguriamo a tutti buon Natale e felice anno nuovo.
Lavoratori africani, cittadini del mondo, in Italia"
Buon Natale a voi, fratelli africani.
Grazie per la lezione di civiltà che ci regalate con queste poche e semplici parole.
| Reazioni: |
sabato 10 dicembre 2011
ANCHE LEI HA SCOPERTO DI ESSERE MAFIOSA. E SCRIVE AL PREFETTO
Mal comune, mezzo gaudio. Mi consolo così. Sapendo che non sono la sola ad essere indignata. Anche Pina Asteriti ha voluto esprimersi in merito all'articolo apparso nei giorni scorsi sull'Independent nel quale si afferma che un blog (http://isolacaporizzuto.wordpress.com/), sul quale sia io che Pina scriviamo spesso, è in mano alla criminalità organizzata che lo usa per minacciare il Sindaco di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole. Pina ha inviato una lettera aperta al trisettimanale Il Crotonese, appellandosi al Prefetto di Crotone.
Cara Pina,
grazie, grazie, grazie e ancora grazie. Per il tuo coraggio, per la tua determinazione, per la tua incessante voglia di seguire quel sogno chiamato democrazia. Un sogno che qualcuno vuole infrangere, ma che noi difenderemo con le unghie e con i denti. Per la nostra libertà troppo volte violata, per la nostra speranza troppe volte soffocata.
Il blog non detiene la verità assoluta, rappresenta un punto di vista, una forma di critica al governo isolitano e perché no, anche un tipo di satira graffiante: in quanto tale deve essere tutelato in quanto strumento di libera espressione del pensiero. Non solo del blogger, ma di tutto un paese ormai.
Per leggere quanto scritto da Pina Asteriti basta cliccare qui ...sempre che non temiate di leggere un blog di mafiosi ;).
| Reazioni: |
mercoledì 7 dicembre 2011
NOI DELL'OTTAVO CORSO IN AREE DI CRISI

Non puoi ridere, neanche per isterismo. Non puoi muoverti, neanche se senti un formicolio che sale su per le gambe. Non puoi guardarli negli occhi, in nessun caso. Non puoi fare alcunché. Mangi se lo vogliono loro e quello che vogliono loro. Bevi quando decidono di passarti una bottiglietta d’acqua, che magari dovrà bastare per tutto il gruppo. Quello che puoi fare è provare a renderti utile, ma senza infastidirli. Così poi magari puoi trattare con il capo per un po’ di cibo in più, per una coperta se hai freddo tu o qualcuno del gruppo, per poter andare al bagno. A me al bagno non mi ci hanno mandata. E stare seduti con la vescica piena non è piacevole.
Non devi farli incazzare. Perché se ciò avviene è finita. E’ strano, ma è una questione di fiducia. E quando uno dei carcerieri ti gira le spalle, è inutile saltargli addosso provando a disarmarlo. Non sai dietro quella porta che ti divide dal mondo quanti altri uomini ci sono. A noi non è andata poi così male. Ci hanno solo fatto posizionare di nuovo con le braccia tese in avanti e le mani giunte, cappuccio di nuovo sulla testa e secchiate di acqua addosso. Poteva andare peggio.Se sei donna l’umiliazione è garantita. Meglio non abbassare la zip della felpa se sotto hai una canotta. Potrebbero infastidirsi. Farsi venire strane voglie. Portarti in una stanza e… Ok, lo ripeto era solo una simulazione. Ma quello è stato il momento più tremendo. Io e il capo da soli. Messa all’angolo, le sue mani sulla faccia. E poi il silenzio. Ma se non fosse stata una simulazione, cosa sarebbe successo a una donna come me? Violentata nel corpo e nell’anima. E una ferita sempre aperta, pronta a sanguinare al riaffiorare dei ricordi. Bagnata dalle lacrime e mai asciugata dal tempo.
Si avvia la negoziazione con il direttore di una testata. Decidono che la Rai va bene, la Rai pagherà il riscatto. Ci costringono a scrivere una lettera. Dettano le condizioni, ci innervosiamo ma sentiamo la libertà vicina.
Mentre ci prepariamo ad uscire per lo scambio sentiamo gli spari, le urla, i rumori. Ci sdraiamo a terra, pancia in giù e braccia stese. Tanti omini di Leonardo con la faccia nella polvere.
Sono arrivati i nostri. L’esercito della salvezza. Siamo liberi, davvero.
E mentre esco fuori con i colleghi, mi chiedo che fine avrà fatto quel ragno che camminava sul muro, poco sopra la testa di Brigida.
Era solo una simulazione. Ma il gruppo è vero. Siamo quelli dell’ottavo corso per inviati in aree di crisi.
SOLO 10 MINUTI DI RITARDO

Iniziava a sentire sempre più caldo. Quel maledetto treno era in ritardo. Come sempre del resto. Ricordava tutte le volte che aveva accompagnato sua zia alla stazione alla fine delle vacanze. Non c’era mai stata una volta, o almeno così gli sembrava, che l’Intercity Milano - Reggio Calabria fosse stato puntuale. Ora toccava a lui. Sotto al sole della più calda primavera che Crotone avesse mai ricordato negli ultimi 20 anni, aspettava che arrivassero quelle vecchie carrozze. Qualcuno gli aveva detto che al Nord i treni erano più puliti, più nuovi, più accoglienti. E soprattutto più puntuali. E si era rincuorato, visto che ne avrebbe dovuto prendere uno ogni mattina per andare a lavorare. Nella fabbrica che un suo compaesano aveva aperto da tempo nel torinese e che pare fosse stata la sua fortuna. Mentre si accendeva una sigaretta, si accorse di un vecchio signore seduto su una delle panchine di quella solitaria stazione. Si passava un fazzoletto sulla fronte e sulla testa. Gli si avvicinò. “Vuole un po’ d’acqua?” gli chiese porgendogli la bottiglietta da mezzolitro appena acquistata al bar. Il vecchio signore sorrise e rispose con leggero imbarazzo: “grazie, ma non so… é che non ricordavo questo caldo nel mese di maggio a Crotone”. Alla fine l’acqua la bevve. Ne usò un po’ anche per inumidire quel fazzoletto e passarselo sul collo e sulla faccia. Quel viso segnato dal tempo e quelle mani ruvide e grosse sembravano raccontare la storia della sua vita. Senza bisogno di parlare. “Aspetto mio fratello” disse il vecchio interrompendo quel surreale silenzio. Anche lui 50 anni prima aveva fatto un biglietto di sola andata. Per Milano. E ora ne aveva fatto un altro per ritornare nella sua terra, che aveva amato così tanto da abbandonare. Un velo di malinconia coprì gli occhi del giovane. Era come se vedesse nel suo futuro il passato di quell’uomo. Corse a comprare un’altra bottiglia d’acqua. Il treno stava per arrivare. Il tabellone segnava "solo" 10 minuti di ritardo. Una vera fortuna.
| Reazioni: |
martedì 6 dicembre 2011
Metafore di gucciniana memoria
C'è una cappa che sembra avvolgermi. L'indifferenza di chi ci sta attorno, a volte, è come una lama affilata che ti entra nella carne e penetra dentro fino a toccarti le ossa. E tu resti così, colpito. E mentre guardi quelle ferite che bruciano come carbone ardente, vedi il sangue scivolare sulla pelle, gocciolare dalle mani, a terra. Macchie rosse che si allargano e che altri calpesteranno.
Penso spesso a cosa è che muove la società. E non credo che sia la verità, né la giustizia. La società è mossa da teatranti che si agitano su un palco sempre troppo piccolo per loro. Un sipario perennemente alzato di fronte a gente ammaliata dalle parole (false), dagli sguardi (bugiardi), pronta ad applaudire. È il pubblico ammaestrato. Nel quale io non ho trovato posto. Me ne sto in un angolo ad assistere alla farsa. E mai batterò le mie mani. Potrebbero sporcarsi col sol rumore che quel battito produrrebbe. Osservo. In prima fila giacche e cravatte, tailleur e cappellini con piume. Nelle prossime repliche sono pronti a salire anche loro in scena. E proprio quando si sarà liberato posto in prima fila, qualcuno uscirà da dietro le quinte. Con degli strani oggetti di ferro appena al di sopra delle mani. Pare li chiamino manette. Si stringono ai polsi di chi non ha saputo recitare a dovere. Ha ingannato il pubblico. Ma non il produttore.
Esco a prendere un po' d'aria.
Pare che altri come me non vogliano accomodarsi in sala.
E in piedi, qua dentro, si inizia a stare stretti.
| Reazioni: |
lunedì 5 dicembre 2011
HO SCOPERTO DI ESSERE MAFIOSA
Sono sconfortata. Non credevo si arrivasse a tanto. Cosa è? Un goffo tentativo per ottenere la scorta? E a che pro?
Credo che il procuratore debba dirci se le indagini avviate sul blog nel dicembre dell’anno scorso a seguito di denuncia presentata dalla Girasole, lasciano pensare a una gestione criminale dello stesso blog. Sappiamo che è stata chiesta una rogatoria internazionale per risalire all’autore, ma essendo la registrazione stata effettuata su server Usa, poco si può fare.
Ma davvero CHI gestisce il blog è più importante di COSA è scritto nel blog?
A me sembra tutto un incubo. Il peggiore che mi sia potuto mai capitare.
Chiedo a chi ha tanta fede, più di quanta ne sia rimasta a me, di pregare. Di farlo per me, affinché Dio mi trasmetta la forza e il coraggio di andare avanti. Di farlo per gli isolitani affinché ritrovino la dignità perduta e abbiano un sussulto di orgoglio.
Il male non può trionfare. Non per sempre.
| Reazioni: |