
Le uniche cose che conosco di loro sono i nomi e i sorrisi. I primi li ho appresi dall’ansa. I secondi li ho visti sulle foto che qualcuno ha voluto raccogliere insieme in un video struggente. Neanche 100 anni in 5.
Frank, Robert, Emanuela, Domenico e Samuele non cresceranno più. Resteranno adolescenti per sempre. Nel cuore dei loro cari, ora straziato dal dolore, nei ricordi di chi li ha conosciuti e che forse col tempo diventeranno sempre più sfuocati.
Li immagino in quell’auto, felici perché è la vigilia di Natale. Hanno cenato a casa ognuno con la propria famiglia e poi via, magari a fare l’alba in compagnia degli amici. Ad aspettare un nuovo giorno senza la preoccupazione della sveglia che ti tira già dal letto. Domani è Natale e la vita sembra così lunga davanti ai loro occhi.
Li immagino con lo stereo acceso a intonare insieme qualche canzone sovrastando la voce del cantante. Magari mandano proprio quel Vasco Rossi che ora li sta cullando in quel video che ha invaso le bacheche di facebook.
Li immagino scambiarsi i regali, scartare quei pacchetti colorati mentre uno di loro fa il simpatico sulla scelta dei doni. Li immagino ridere mentre fuori piove e fa freddo. Mentre dai vetri appannati si intravede quel leggero manto bianco che ricopre il panorama attorno.
Immagino lei sentirsi al sicuro con i suoi amici, i ragazzi più grandi. Quelli che hanno già la patente e che se vogliono possono anche andare a vivere da soli. Perché a 15 anni, con 4 ragazzi “grandi” non puoi non sentirti al sicuro. Anche in auto, di notte, sulla ss 107. E invece… Il curvone e poi la tragedia.
Restano le lamiere dell’auto contorte, i vetri rotti, le macchie sull’asfalto, i corpi senza vita. E lo strazio di otto genitori che piangeranno sulla bara dei loro figli.
A me resta una infinita tristezza nel cuore. Ho due fratelli più piccoli di me. E il pensiero che potrebbe succedere a loro mi fa venire un vuoto nello stomaco. Uno ha 20 anni. Come i 4 amici grandi di Emanuela.


Non devi farli incazzare. Perché se ciò avviene è finita. E’ strano, ma è una questione di fiducia. E quando uno dei carcerieri ti gira le spalle, è inutile saltargli addosso provando a disarmarlo. Non sai dietro quella porta che ti divide dal mondo quanti altri uomini ci sono. A noi non è andata poi così male. Ci hanno solo fatto posizionare di nuovo con le braccia tese in avanti e le mani giunte, cappuccio di nuovo sulla testa e secchiate di acqua addosso. Poteva andare peggio.