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lunedì 26 dicembre 2011

Un pensiero ai 5 ragazzi San Giovanni in Fiore


Le uniche cose che conosco di loro sono i nomi e i sorrisi. I primi li ho appresi dall’ansa. I secondi li ho visti sulle foto che qualcuno ha voluto raccogliere insieme in un video struggente. Neanche 100 anni in 5.
Frank, Robert, Emanuela, Domenico e Samuele non cresceranno più. Resteranno adolescenti per sempre. Nel cuore dei loro cari, ora straziato dal dolore, nei ricordi di chi li ha conosciuti e che forse col tempo diventeranno sempre più sfuocati.

Li immagino in quell’auto, felici perché è la vigilia di Natale. Hanno cenato a casa ognuno con la propria famiglia e poi via, magari a fare l’alba in compagnia degli amici. Ad aspettare un nuovo giorno senza la preoccupazione della sveglia che ti tira già dal letto. Domani è Natale e la vita sembra così lunga davanti ai loro occhi.
Li immagino con lo stereo acceso a intonare insieme qualche canzone sovrastando la voce del cantante. Magari mandano proprio quel Vasco Rossi che ora li sta cullando in quel video che ha invaso le bacheche di facebook.
Li immagino scambiarsi i regali, scartare quei pacchetti colorati mentre uno di loro fa il simpatico sulla scelta dei doni. Li immagino ridere mentre fuori piove e fa freddo. Mentre dai vetri appannati si intravede quel leggero manto bianco che ricopre il panorama attorno.
Immagino lei sentirsi al sicuro con i suoi amici, i ragazzi più grandi. Quelli che hanno già la patente e che se vogliono possono anche andare a vivere da soli. Perché a 15 anni, con 4 ragazzi “grandi” non puoi non sentirti al sicuro. Anche in auto, di notte, sulla ss 107. E invece… Il curvone e poi la tragedia.

Restano le lamiere dell’auto contorte, i vetri rotti, le macchie sull’asfalto, i corpi senza vita. E lo strazio di otto genitori che piangeranno sulla bara dei loro figli.
A me resta una infinita tristezza nel cuore. Ho due fratelli più piccoli di me. E il pensiero che potrebbe succedere a loro mi fa venire un vuoto nello stomaco. Uno ha 20 anni. Come i 4 amici grandi di Emanuela.

martedì 20 dicembre 2011

Lettera a Babbo Natale...e a Dio per conoscenza*


L'atmosfera non è quella di sempre. La tensione non si percepisce: si vede direttamente. Come nebbia fitta, da far invidia alla Padania. Copre i nostri sguardi e alimenta la rassegnazione. Forse anche un po' la rabbia. L'indignazione ormai non fa più rumore. Si assopisce tra i silenzi di chi invece di stare a guadare sarebbe deputato ad agire. Si sentono pochi voci che rompono il coro del silenzio. Sperdute, isolate. Ma non impaurite. Deluse,sì.

L'omologazione da queste parti non è un rischio, ma un'esigenza. Se non fai quello che ti dicono (o che ti ordinano minacciosamente) sei tagliato fuori. Distrutto. Infangato. Annichilito. Mi sento persa in questo niente che ho intorno. Disorientata senza più fari da seguire. Se non quello illuminato dalla mia coscienza.

Credo sia uno dei Natale più tristi e avvilenti che Isola Capo Rizzuto ricordi. E la crisi qui, non è solo economica. E' etica e morale.

Sotto l'albero, oltre ai regali dei miei cari, vorrei trovare un po' di speranza.
Scriverò a Babbo Natale, l'unico in grado di potermela procurare.
E a Dio per conoscenza.

*"Lettera a Babbo Natale ... e a Dio per conoscenza" è un libro di Patrizio Righero e Ives Coassolo di Luserna San Giovanni (To)- Effatà Editrice

lunedì 19 dicembre 2011

Lezione di Natale

Di seguito la lettera che alcuni lavoratori di origine africana presenti a Rosarno hanno fatto pervenire al sindaco Elisabetta Tripodi, la quale ne ha reso pubblico il contenuto...

"Cari fratelli e sorelle rosarnesi, siamo lavoratori africani di tante nazionalità. Abbiamo voluto scrivere questa lettera per ringraziarvi della vostra ospitalità. Poiché negli ultimi giorni si è parlato molto di noi, abbiamo deciso di parlare in prima persona. Malgrado la triste situazione che si è verificata due anni fa, che ha fatto male a tutti, ci troviamo di nuovo insieme, nella vostra città e sulla vostra terra.
Quella situazione triste ce la portiamo nel nostro cuore, così come voi nel vostro. Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c`è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi. Siamo qui per cercare una vita migliore, non per creare problemi.
Per questo vi diciamo che non dovete avere paura di noi. L`emigrazione è una risorsa, economica, culturale… un`occasione di cui approfittare, noi e voi. Chi in questi giorni ha parlato di noi diffondendo la paura è responsabile per le sue parole. Noi non ci riconosciamo in quello che si è detto su di noi. Se qualcuno tra noi sbaglia, fa soffrire noi più di voi. Ma non vuol dire che tutti sbagliamo. Come quando un italiano sbaglia, non tutti gli italiani hanno colpa. Approfittando di questa occasione, noi immigrati, in particolare noi africani, vogliamo farvi sapere che siamo qui per lavorare e partecipare allo sviluppo di questa città e della regione e nel futuro partecipare alle sorti della nazione italiana.
Noi siamo fieri del nostro impegno e del nostro sudore. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Allora noi dobbiamo parlarci, capirci e insieme riuscire ad andare avanti. Purtroppo le nostre condizioni di vita non ci permettono di farlo. Dopo una giornata di lavoro nei campi, abbiamo solo il tempo per fare un po` di spesa e telefonare a casa e poi camminare a lungo fino ai luoghi in cui dormiamo. Noi stiamo nelle case abbandonate, senza luce né acqua. E` una vita molto dura, ogni giorno.
Molti di noi non riescono a trovare una casa in affitto. Facciamo appello alla vostra sensibilità e intelligenza: siamo persone come voi, noi dobbiamo rispettare tutti e tutti devono rispettare noi. Tutti insieme dobbiamo trovare una soluzione perché ci possiamo integrare con tutti i cittadini – di Rosarno, di Roma, del mondo…
Auguriamo a tutti buon Natale e felice anno nuovo.
Lavoratori africani, cittadini del mondo, in Italia"

Buon Natale a voi, fratelli africani.
Grazie per la lezione di civiltà che ci regalate con queste poche e semplici parole.

sabato 10 dicembre 2011

ANCHE LEI HA SCOPERTO DI ESSERE MAFIOSA. E SCRIVE AL PREFETTO

Mal comune, mezzo gaudio. Mi consolo così. Sapendo che non sono la sola ad essere indignata. Anche Pina Asteriti ha voluto esprimersi in merito all'articolo apparso nei giorni scorsi sull'Independent nel quale si afferma che un blog (http://isolacaporizzuto.wordpress.com/), sul quale sia io che Pina scriviamo spesso, è in mano alla criminalità organizzata che lo usa per minacciare il Sindaco di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole. Pina ha inviato una lettera aperta al trisettimanale Il Crotonese, appellandosi al Prefetto di Crotone.

Cara Pina,

grazie, grazie, grazie e ancora grazie. Per il tuo coraggio, per la tua determinazione, per la tua incessante voglia di seguire quel sogno chiamato democrazia. Un sogno che qualcuno vuole infrangere, ma che noi difenderemo con le unghie e con i denti. Per la nostra libertà troppo volte violata, per la nostra speranza troppe volte soffocata.

Il blog non detiene la verità assoluta, rappresenta un punto di vista, una forma di critica al governo isolitano e perché no, anche un tipo di satira graffiante: in quanto tale deve essere tutelato in quanto strumento di libera espressione del pensiero. Non solo del blogger, ma di tutto un paese ormai.

Per leggere quanto scritto da Pina Asteriti basta cliccare qui ...sempre che non temiate di leggere un blog di mafiosi ;).

mercoledì 7 dicembre 2011

NOI DELL'OTTAVO CORSO IN AREE DI CRISI

Era solo una simulazione. Ma un po’ d’ansia, probabilmente, l’abbiamo provata tutti. L’assalto ai mezzi, il rapimento, tutti a terra. Incappucciati. Nastro isolante ai polsi. Siamo stati rapiti, e io non ho neanche provato a scappare. Mi sono offerta nelle loro mani. Spaesata, disorientata. Dimenticando quanto dettoci al corso: il momento migliore per tentare la fuga è nell’immediatezza del sequestro, quando alta è la concitazione. Io invece me ne sono rimasta sul mezzo ad aspettare che mi venissero a prendere. Ci hanno portati lontano, in un immobile diroccato, umido, isolato. In quei momenti, se veri, conosceresti l’angoscia, la solitudine, la rabbia. Forse anche la follia.
Tutti in una stanza, seduti sul pavimento grezzo, sporco. Fuori da quel sacco di tela sulla testa solo il silenzio. Solo quando hanno deciso che potevamo togliere il cappuccio abbiamo capito di essere ancora un gruppo, di essere ancora insieme. Spalle al muro e braccia in avanti con le mani giunte. Vi garantisco che stare in questa posizione per troppo tempo provoca dolore. Non puoi chiedere nulla all'inizio. E’ sempre no. Te le urlano addosso con forza quelle due dannate lettere: NO! Neanche fossi tu il criminale. Probabilmente ai loro occhi lo sei. “Loro” sono i terroristi islamici, coloro i quali non apprezzano l’invasione degli occidentali nella loro terra. Vogliono vendicarsi, forse. Vogliono far prevalere il loro credo, che ritengono buono e giusto. E per farlo non disdegnano la forza, la guerra, lo scorrimento di sangue. I giornalisti non gli stanno tanto simpatici.
Lo ripeto era solo una simulazione. Ma solo l’idea, ora a distanza di un mese, mi fa rabbrividire.

Non puoi ridere, neanche per isterismo. Non puoi muoverti, neanche se senti un formicolio che sale su per le gambe. Non puoi guardarli negli occhi, in nessun caso. Non puoi fare alcunché. Mangi se lo vogliono loro e quello che vogliono loro. Bevi quando decidono di passarti una bottiglietta d’acqua, che magari dovrà bastare per tutto il gruppo. Quello che puoi fare è provare a renderti utile, ma senza infastidirli. Così poi magari puoi trattare con il capo per un po’ di cibo in più, per una coperta se hai freddo tu o qualcuno del gruppo, per poter andare al bagno. A me al bagno non mi ci hanno mandata. E stare seduti con la vescica piena non è piacevole.

Non devi farli incazzare. Perché se ciò avviene è finita. E’ strano, ma è una questione di fiducia. E quando uno dei carcerieri ti gira le spalle, è inutile saltargli addosso provando a disarmarlo. Non sai dietro quella porta che ti divide dal mondo quanti altri uomini ci sono. A noi non è andata poi così male. Ci hanno solo fatto posizionare di nuovo con le braccia tese in avanti e le mani giunte, cappuccio di nuovo sulla testa e secchiate di acqua addosso. Poteva andare peggio.

Se sei donna l’umiliazione è garantita. Meglio non abbassare la zip della felpa se sotto hai una canotta. Potrebbero infastidirsi. Farsi venire strane voglie. Portarti in una stanza e… Ok, lo ripeto era solo una simulazione. Ma quello è stato il momento più tremendo. Io e il capo da soli. Messa all’angolo, le sue mani sulla faccia. E poi il silenzio. Ma se non fosse stata una simulazione, cosa sarebbe successo a una donna come me? Violentata nel corpo e nell’anima. E una ferita sempre aperta, pronta a sanguinare al riaffiorare dei ricordi. Bagnata dalle lacrime e mai asciugata dal tempo.

Si avvia la negoziazione con il direttore di una testata. Decidono che la Rai va bene, la Rai pagherà il riscatto. Ci costringono a scrivere una lettera. Dettano le condizioni, ci innervosiamo ma sentiamo la libertà vicina.

Mentre ci prepariamo ad uscire per lo scambio sentiamo gli spari, le urla, i rumori. Ci sdraiamo a terra, pancia in giù e braccia stese. Tanti omini di Michelangelo con la faccia nella polvere.

Sono arrivati i nostri. L’esercito della salvezza. Siamo liberi, davvero.
E mentre esco fuori con i colleghi, mi chiedo che fine avrà fatto quel ragno che camminava sul muro, poco sopra la testa di Brigida.

Era solo una simulazione. Ma il gruppo è vero. Siamo quelli dell’ottavo corso per inviati in aree di crisi.

SOLO 10 MINUTI DI RITARDO


Iniziava a sentire sempre più caldo. Quel maledetto treno era in ritardo. Come sempre del resto. Ricordava tutte le volte che aveva accompagnato sua zia alla stazione alla fine delle vacanze. Non c’era mai stata una volta, o almeno così gli sembrava, che l’Intercity Milano - Reggio Calabria fosse stato puntuale. Ora toccava a lui. Sotto al sole della più calda primavera che Crotone avesse mai ricordato negli ultimi 20 anni, aspettava che arrivassero quelle vecchie carrozze. Qualcuno gli aveva detto che al Nord i treni erano più puliti, più nuovi, più accoglienti. E soprattutto più puntuali. E si era rincuorato, visto che ne avrebbe dovuto prendere uno ogni mattina per andare a lavorare. Nella fabbrica che un suo compaesano aveva aperto da tempo nel torinese e che pare fosse stata la sua fortuna. Mentre si accendeva una sigaretta, si accorse di un vecchio signore seduto su una delle panchine di quella solitaria stazione. Si passava un fazzoletto sulla fronte e sulla testa. Gli si avvicinò. “Vuole un po’ d’acqua?” gli chiese porgendogli la bottiglietta da mezzolitro appena acquistata al bar. Il vecchio signore sorrise e rispose con leggero imbarazzo: “grazie, ma non so… é che non ricordavo questo caldo nel mese di maggio a Crotone”. Alla fine l’acqua la bevve. Ne usò un po’ anche per inumidire quel fazzoletto e passarselo sul collo e sulla faccia. Quel viso segnato dal tempo e quelle mani ruvide e grosse sembravano raccontare la storia della sua vita. Senza bisogno di parlare. “Aspetto mio fratello” disse il vecchio interrompendo quel surreale silenzio. Anche lui 50 anni prima aveva fatto un biglietto di sola andata. Per Milano. E ora ne aveva fatto un altro per ritornare nella sua terra, che aveva amato così tanto da abbandonare. Un velo di malinconia coprì gli occhi del giovane. Era come se vedesse nel suo futuro il passato di quell’uomo. Corse a comprare un’altra bottiglia d’acqua. Il treno stava per arrivare. Il tabellone segnava "solo" 10 minuti di ritardo. Una vera fortuna.

martedì 6 dicembre 2011

Metafore di gucciniana memoria

Oggi non ho voglia di fare nulla. L'inerzia e l'apatia si stanno impossessando di me. Neanche il sole tiepido ma luminoso venutoci a trovare a sorpresa potrà fare molto per risollevare il mio umore. Mi lascio cullare dalla voce dei colleghi, dai suoni che provengono dalla regia, dallo squillo del telefono in lontananza. E' una melodia improvvisata, quasi stonata, che però mi sa tanto di VITA. Il cuore suggerisce di piangere. Il cervello ordina di lottare. Io mi lascio andare una volta all'uno, una volta all'altro.

C'è una cappa che sembra avvolgermi. L'indifferenza di chi ci sta attorno, a volte, è come una lama affilata che ti entra nella carne e penetra dentro fino a toccarti le ossa. E tu resti così, colpito. E mentre guardi quelle ferite che bruciano come carbone ardente, vedi il sangue scivolare sulla pelle, gocciolare dalle mani, a terra. Macchie rosse che si allargano e che altri calpesteranno.

Penso spesso a cosa è che muove la società. E non credo che sia la verità, né la giustizia. La società è mossa da teatranti che si agitano su un palco sempre troppo piccolo per loro. Un sipario perennemente alzato di fronte a gente ammaliata dalle parole (false), dagli sguardi (bugiardi), pronta ad applaudire. È il pubblico ammaestrato. Nel quale io non ho trovato posto. Me ne sto in un angolo ad assistere alla farsa. E mai batterò le mie mani. Potrebbero sporcarsi col sol rumore che quel battito produrrebbe. Osservo. In prima fila giacche e cravatte, tailleur e cappellini con piume. Nelle prossime repliche sono pronti a salire anche loro in scena. E proprio quando si sarà liberato posto in prima fila, qualcuno uscirà da dietro le quinte. Con degli strani oggetti di ferro appena al di sopra delle mani. Pare li chiamino manette. Si stringono ai polsi di chi non ha saputo recitare a dovere. Ha ingannato il pubblico. Ma non il produttore.

Esco a prendere un po' d'aria.
Pare che altri come me non vogliano accomodarsi in sala.
E in piedi, qua dentro, si inizia a stare stretti.

lunedì 5 dicembre 2011

HO SCOPERTO DI ESSERE MAFIOSA

Oggi ho scoperto di essere mafiosa. Di essere una penna al servizio della criminalità organizzata. Sono una donna di ndrangheta. Così dice l’autorevole Independent, quotidiano britannico noto in tutto il mondo che non si è lasciato scappare la succulenta notizia da scoop mondiale: la ndrangheta a Isola Capo Rizzuto non minaccia più inviando pallottole e teste mozzate di animali ma si affida alle nuove tecnologie. Questo quanto sostiene il collega oltremanica che ha raggiunto telefonicamente il sindaco isolitano, Carolina Girasole, la quale ha confermato di sentirsi minacciata e non al sicuro perché seguita dagli autori anonimi di un blog. Ora vi chiederete che c’entro io…No, non sono io l’autrice né il gestore del blog, ma spesso lo leggo e commento i post che vengono pubblicati e di tanto in tanto i miei commenti vengono postati nella homepage. Leggere che secondo il sindaco (attenzione NON secondo i magistrati o le forze dell’ordine ma secondo il SINDACO) quello spazio virtuale è gestito dalla criminalità organizzata che vuole mandarla a casa mi ha destabilizzato. Perché le cose sono due: o sono mafiosa e quindi con i compari di cosca ci ritroviamo su quel blog per i nostri summit clandestini, o sono talmente imbecille da non aver compreso la pericolosità del blog. Delle due, nessuna. E’ tutta una grande montatura. Il blog è l’unico ostacolo che si è interposto tra le azioni e i misfatti di questa amministrazione: pubblicando determine, delibere, atti prodotti dalla giunta e dal consiglio comunali, è caduta la maschera dei paladini della legalità che con tanto scrupolo si erano cuciti addosso, sindaco in primis.
Sono sconfortata. Non credevo si arrivasse a tanto. Cosa è? Un goffo tentativo per ottenere la scorta? E a che pro?
Credo che il procuratore debba dirci se le indagini avviate sul blog nel dicembre dell’anno scorso a seguito di denuncia presentata dalla Girasole, lasciano pensare a una gestione criminale dello stesso blog. Sappiamo che è stata chiesta una rogatoria internazionale per risalire all’autore, ma essendo la registrazione stata effettuata su server Usa, poco si può fare.
Ma davvero CHI gestisce il blog è più importante di COSA è scritto nel blog?
A me sembra tutto un incubo. Il peggiore che mi sia potuto mai capitare.
Chiedo a chi ha tanta fede, più di quanta ne sia rimasta a me, di pregare. Di farlo per me, affinché Dio mi trasmetta la forza e il coraggio di andare avanti. Di farlo per gli isolitani affinché ritrovino la dignità perduta e abbiano un sussulto di orgoglio.
Il male non può trionfare. Non per sempre.

giovedì 14 luglio 2011

IO STO CON GIOVANNA

Oggi ho parlato a lungo con una donna speciale. Si chiama Giovanna. E’ una donna forte come poche, sebbene lei dica che tutte le donne lo siano. Sappiamo che non è così. Giovanna ha un coraggio immenso. Sostiene il fratello che ha deciso di denunciare i suoi usurai. E due giorni fa ha anche testimoniato al processo. Giovanna è una donna che dovrebbe avere tanta gente intorno. A sostenerla, proteggerla, farle compagnia. Giovanna è sola. Perché in questa nostra terra, che amiamo, ma forse non abbastanza da reagire, funziona così. Chi si ribella al male viene isolato, chi il male lo genera viene “rispettato”. Ma in che posto viviamo? Dove è la dignità umana? Dove sono le nostre coscienze? I testimoni di giustizia denunciano spesso di essere stati lasciati soli. Anche dallo Stato. Quello Stato in cui hanno creduto e a cui si sono rivolti per avere GIUSTIZIA. Spero che i presunti usurai, se ritenuti colpevoli, vengano condannati. Ma spero soprattutto che un giorno non troppo lontano i calabresi possano svegliarsi dal torpore che tanto comodo fa alla ndrangheta. Dovremmo fare rete, unirci. Una rivolta popolare. Da Reggio Calabria a Cosenza, da Catanzaro a Vibo Valentia passando per Crotone. Perché la sicurezza noi ce la meritiamo, la dobbiamo pretendere. E dobbiamo fare la nostra parte. Denunciando. Chi non trova il coraggio perché ha paura, non lo biasimo. Capisco perfettamente cosa si prova. Rabbia e rassegnazione. Però non lasciamoli soli. Non abbandoniamo chi quel coraggio lo ha trovato. Magari il coraggio, chi lo sa, può essere contagioso. Fare terra bruciata, screditare, annientare chi si è affidato allo Stato, è proprio il disegno criminale che hanno in mente “loro”. E io con “loro” non voglio averci a che fare. Io sto con Giovanna. Voi?

giovedì 7 luglio 2011

Lettera d'onore

Ho chiuso con il buonismo. Che vi ammazziate l’un l’altro, francamente non mi tange più. E’ la fine che meritate di fare. Almeno non dovremmo pagarvi le vacanze in carcere. (Mi avete fatto diventare cinica, ma non cattiva. Altrimenti sarei come voi.) Ma che decidiate di mettere in mostra la vostra stupida arroganza, la vostra brutale ferocia spargendo sangue tra la gente comune, questo proprio mi fa incazzare. Possibile che delle vostre città, dei vostri territori, a voi, così legati “ai valori della famiglia” non ve ne freghi proprio niente? Avete sparato in un campetto a Crotone ferendo innocenti e uccidendo un bambino. Avete sparato a 20 mt dalla caserma dei carabinieri a Isola Capo Rizzuto (due volte). Avete sparato su un altro campo di calcio a Lamezia, città dove oggi, dopo appena un mese (coincidenza?) avete esploso i vostri schifosissimi colpi di pistola in pieno centro. Avete sparato a Natale a San Luca. Avete sparato a Pasqua (due volte) a Papanice. Avete sparato a ferragosto in Germania. Sì, perché il dolore voi lo dovete amplificare. Altrimenti che gusto c’è. E durante le feste comandate, mentre mandate i picciotti a ritirare il pizzo, godete della tristezza che aleggia nelle case delle vittime. Vuoi mettere l’anniversario della morte che coincide con un giorno di festa? Vuoi mettere che si parli della vostra “opera” come della strage di Natale, di Pasqua e di ferragosto? Mi chiedo se i vostri killer abbiano mai amato. Mi chiedo se chi preme il grilletto sappia cosa significa vita. Tra carcere, bunker in cui nascondersi, credo sia proprio difficile per voi approfondire la questione. La ndrangheta. L’onore. La famiglia. Il rispetto. Il sangue. Gli spari. L’omertà. Il coraggio. La morte. Del corpo e dell’anima. Della Calabria e dei calabresi. Ci state uccidendo, maledetti. State uccidendo il nostro futuro. Ognuno di voi ha avuto un morto ammazzato in famiglia. E per vendicarne la memoria uccidete anche voi. Così non finirà mai. A meno che decidiate di non riprodurvi più. Ma la cosa mi sembra al quanto inverosimile. Abbiate pietà di questa povera terra. Avete già fatto troppo male a questa regione. Pentitevi (lo so che state ridendo…)e denunciate (ora vi state sbellicando) chi nel tempo vi ha coperti, aiutati, agevolati. Denunciate anche i veri infami che si nascondono nelle istituzioni. Ben pagati. Ben vestiti. Distruggete questa trappola in cui stiamo per cadere tutti. E lasciateci vivere. Riprendetevi l’onore. Quello vero. Quello di essere umani e non di bestie. Ridateci la libertà di camminare per strada, di giocare in un campo di calcetto, di uscire in pieno centro nel proprio paese senza il timore di ascoltare il rumore dei vostri spari. Permette ai vostri concittadini di salutarvi per stima e non per paura. Voi lo sapete che questo non è il Rispetto! E quella che voi conducete non è Vita. E’ solo il prologo della Morte, che un giorno o l’altro attende tutti. Ma c’è modo e modo di morire. Io voglio morire Libera.